IN VOLO
Ludovica mi raggiunge questa notte a Las Vegas. Ci siamo dati appuntamento all’ ”Hotel Tropicana.” Come se fosse Campo de’ Fiori o Porta Romana.
A domani Ludo.
A domani Nicc.
“Al tropicana come George Micahel. Adoro!” aggiunge lei con un SMS.
Ludovica è puntigliosa e comica; e vuole avere l’ultima parola. Per questo mi piace.
Tra l’altro ieri, prima di partire, mi ha detto che un po’ “rosicava” perché si è poc’anzi fidanzata con tale Francois e già ne sente la mancanza.
E che comunque Francois potrebbe starmi simpatico e potremmo andare d’accordo. Dice.
Va bene così, tutto sommato… Ludo arriva a Las Vegas già fidanzata. Mi sento meno responsabile nel non dover essere io il suo fidanzato.
Quindi questi saranno giorni in cui Ludovica ed io ci racconteremo cose da amici. Come se fossimo amici. Anzi; siamo Amici.
Da quando l’ho conosciuta l’estate scorsa, nella Torre, mi sono successe moltissime cose.
Ad essere onesti quasi tutte belle. Alcune bellissime.
La mia vita ha subito sorprese e virate improvvise per cui ancora cerco assesto.
Credo di sentirmi come potrebbe sentirsi un giocatore di poker neo accolto in una nuova bisca. Uno di quelli che, appena arrivato, vince tutto.
Uno per cui si sfodera il postulato del “culo del principiante”. In verità però, lui, un principiante non è.
Ha solo cambiato quartetto di gioco.
Devo aver fatto qualcosa anche io; inconsapevolmente. Devo aver giocato ai quattro cantoni con le mie quattro stelle e aver trovato la combinazione giusta.
Volo sui cieli dell’America e penso così.
LAS VEGAS
E’ un delirio di plastica , cemento, glitter e luci intermittenti. Un posto dove poter sentire la solitudine come una forza soprannaturale. Che vince su tutto. Ci sono arrivato stanchissimo, dopo molte ore di volo e pochissime di sonno. Sono andato a dormire subito dopo aver chiesto una mela al bar della reception. Mi pareva l’unico appiglio alla realtà. Tra milioni di slot e di tavoli verdi.
E’ che poi questa mela me l’hanno venduta a due dollari e 68 cents; senza pesarla.
Mi sono domandato da cosa dipendessero quanto meno i 68 cents. E poi era lucidissima. Non mi sono nemmeno fidato di mangiarla. L’ho lasciata sul comodino sperando che si opacizzasse un po’ durante la notte. Ma non ho fatto in tempo a vedere se il miracolo si fosse compiuto.
Quando e’ arrivata Ludovica in albergo; io mi ero già addormentato. Lei si è mangiata la mia mela.
Al mattino le ho raccontato di quel cuore di plutonio che lo possiamo mettere dove ci pare; sotto terra, o in fondo all’oceano. Protetto dentro al costato o ceduto alla persona che amiamo. Calpestarlo, insabbiarlo, dimenticarlo in giro. Ma capirai che sorpresa! Quel cuore continua a pulsare come un dannato. E’ di plutonio. Come la barretta fluo dei Simpson.
Io ho un cuore rosso, credo; ma quando penso a chi penso diventa di plutonio fluo. E non la smette mai di tormentarmi con le sue aritmie sgargianti.
L’Europa regala, attraverso un account di messanger, la conferma che stavamo aspettando da tanto: “Due buoni compagni di viaggio non dovrebbero lasciarsi mai. Potranno scegliere imbarchi diversi; saranno sempre due marinai.”
Il resto di Las Vegas è Laura. Al Mandalay Theatre apre i latin grammy award cantando “En cambio no” accompagnata da acrobati e ballerini fenomenali. Penso che insieme abbiamo fatto qualcosa di grande. Forse è tardi; forse invece NO. La cerimonia è finita con una nuova statuetta. E non è tardi nemmeno per un cheeseburger tutti insieme. Laura, Ludovica, Paolo ed io. Al 30 piano. Da dove Las Vegas appare più piccola e inoffensiva. Brillarella, comunque.
IN VOLO PER SAN FRANCISCO
La mia memoria non è affatto breve. E io non devo raccontarmi bugie.
Dividere un letto e un’ intimità in centro a Milano non è né scontato né indolore.
Soprattutto se non si sa dove si va a finire. Soprattutto dopo aver smesso di fumare e ti manca quel gesto semplice e solenne di una sigaretta per poter sottoscrivere un pensiero importante:
“Questa è la cosa più vicina all’amore che io riesca a ricordare.”
Che io riesca a immaginare.
Turbolenza in volo.
Scontata, dopo certe riflessioni.
SAN FRANCISCO
L’ho guardata a diciassette anni. Non avevo paura di niente. Poi ci sono tornato a 19. E fu la promessa di un futuro importante. Di quella promessa, io e Paola ci ricordiamo tutto.
Andrea; non so. Andrea ha promesso con noi. Ma Andrea si è perso.
Oggi sono passato ad un incrocio dove ricordo perfettamente il piccolo caffè in cui andavamo a fare colazione.
Non c’era più. Al suo posto, ora, un ristorante italiano. Ho provato a chiedere cosa ne fosse del “petit cafè,” ma nessuno dei giovani camerieri ha saputo cosa dirmi.
Mi avrebbe ammazzato; in altri tempi, questa rivoluzione.
Mi avrebbe ucciso la nostalgia.
Prendo il tram e mi sporgo guardando le colline di San Francisco.
Penso che si sia vicino all’ amore quando il presente è molto più affascinante del passato.

